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Recensione

Stiamo tutti dentro l'algoritmo

Una recensione personale di All'ombra dell'algoritmo di Gianni Linari

Copertina di All'ombra dell'algoritmo di Giovanni Linari
Libro
All'ombra dell'algoritmo
Autore
Giovanni Linari
Recensione di
Daniele Bolletta

Ho letto il libro del mio caro amico Gianni e prendo spunto da quello che scrive per dire la mia: cosa mi ha lasciato, dove mi sono trovato d'accordo e dove invece la penso diversamente.

Di IA si parla quasi sempre concentrandosi su cosa sa fare un modello, su quali professioni cambierà o su quali prodotti nasceranno. Gianni allarga invece lo sguardo: mette insieme tecnologia, potere, energia, geopolitica, lavoro, educazione, creatività, sorveglianza e trasformazione della persona. L'IA non viene trattata come uno strumento isolato, ma come un ecosistema che abitiamo — l'"ombra" del titolo — dentro quello che Floridi chiama infosfera, l'ambiente informativo nel quale siamo tutti immersi.

Questa visione d'insieme è, per me, il valore principale del libro. Gianni osserva con lucidità quello che sta accadendo, le sfide che stiamo sottovalutando e ciò che le istituzioni ancora non stanno facendo. Il problema non è l'IA in sé, ma l'uso che ne facciamo, gli interessi che la orientano e il potere che rischiamo di concentrare nelle mani di pochi.

Nonostante il tono preoccupato, rimane sempre aperto uno spiraglio: non siamo davanti a un destino inevitabile. Possiamo ancora governare questa trasformazione e indirizzarla verso fini umani. Le ultime righe del libro esprimono bene questa idea: la sfida è fare in modo che «la potenza del calcolo serva l'intelligenza del vivere, non il contrario».

Un libro critico, ma non contro la tecnologia

Ho apprezzato molto l'equilibrio di fondo. Il libro non nega i benefici già prodotti dall'IA nella medicina, nella ricerca e nell'accessibilità. Allo stesso tempo rifiuta l'idea che la tecnologia sia neutrale: ogni sistema viene progettato con determinati obiettivi, usando determinati dati e rispondendo agli interessi di chi lo possiede.

Anche lo stile aiuta. Il testo è chiaro, mai ripetitivo e sempre esplicito su ciò che vuole sostenere. Riesce a tenere insieme una certa eleganza narrativa e l'ordine tipico di una mentalità ingegneristica.

Il dissenso principale: non dobbiamo salvare il lavoro

Il punto sul quale mi sento più distante dal libro è anche quello che mi interessa di più: il futuro del lavoro.

Gianni riconosce che l'IA può aumentare la produttività, ridurre la fatica e migliorare alcune attività, ma teme la precarizzazione, l'esclusione di chi non possiede le competenze necessarie e la svalutazione del contributo umano. La risposta che propone è una collaborazione tra persone e macchine capace di preservare la dignità e il significato del lavoro, dentro un nuovo contratto sociale fatto di formazione continua, redistribuzione del tempo e partecipazione alle decisioni.

La mia domanda è più radicale: perché dovremmo necessariamente salvare il lavoro?

Mi riconosco molto di più nella direzione indicata da Jacque Fresco, designer e futurista che ha ideato il Venus Project. Fresco immaginava un'economia basata sulle risorse, nella quale tecnologia e automazione rendessero disponibili i beni necessari senza legare la sopravvivenza al denaro e al lavoro salariato. Non prevedeva la scomparsa di ogni attività umana: sarebbero rimaste quelle strategiche, scientifiche, creative o relazionali, dove il contributo delle persone è ancora necessario. Ma lavorare per vivere non sarebbe più stato il centro dell'esistenza.

Il tempo liberato potrebbe essere dedicato alla conoscenza, alle relazioni, all'arte e alla ricerca personale. Nel mio caso, una delle possibilità più importanti sarebbe la ricerca spirituale attraverso la meditazione. Consideriamo il lavoro un elemento quasi naturale dell'esistenza, ma potrebbe essere soltanto una necessità storica che la tecnologia ci permette finalmente di superare.

Rimane il problema indicato dal libro: nell'attuale sistema economico l'automazione può eliminare il lavoro senza eliminare il bisogno di reddito, concentrando i benefici nei proprietari della tecnologia. Ma per me non è una ragione per preservare il lavoro: è una ragione per ripensare come distribuiamo risorse, ricchezza e accesso ai beni essenziali.

Non so se il modello immaginato da Fresco sia realizzabile, e non sono certo il primo a pensare che il lavoro possa ridursi molto. È una prospettiva utopica. Ma il vero traguardo dell'IA non dovrebbe essere renderci lavoratori sempre più produttivi: dovrebbe liberarci progressivamente dalla necessità di essere lavoratori.

Le cupole bianche del centro di ricerca del Venus Project, riflesse in uno stagno tra le palme, a Venus in Florida.
Il centro di ricerca del Venus Project a Venus, in Florida, con le cupole progettate da Jacque Fresco. È il luogo dove Fresco e Roxanne Meadows hanno sviluppato l'idea di economia basata sulle risorse: beni e servizi resi disponibili dall'automazione e dalla gestione scientifica delle risorse, senza passare dal denaro e dal lavoro salariato. Foto: Nicknak, CC BY-SA 4.0 (ritagliata).

Il vero traguardo dell'IA non dovrebbe essere renderci lavoratori sempre più produttivi: dovrebbe liberarci dalla necessità di essere lavoratori.

Le corporation come nuovi centri di potere

Una delle parti che condivido di più è quella dedicata alle Big Tech. L'IA potrebbe essere la tecnologia capace di portare alcune aziende a esercitare un potere paragonabile, e in certi ambiti superiore, a quello degli Stati. Tutto sta iniziando a ruotare intorno alla sua crescita: dati, data center, energia, chip, infrastrutture cloud e sicurezza informatica.

L'immaginario di Blade Runner non sembra più così lontano: corporation che non vendono soltanto prodotti, ma controllano gli ambienti attraverso cui lavoriamo, comunichiamo, impariamo e prendiamo decisioni. Chi possiede quei modelli non controlla semplicemente una tecnologia, ma una porzione sempre più importante della realtà sociale.

Un esempio successivo al libro rende il rischio concreto. Nel giugno 2026 Anthropic ha rilasciato al pubblico Claude Fable 5, tenendo invece ad accesso ristretto Claude Mythos 5: lo stesso modello, ma senza alcune protezioni, per le sue capacità in cybersecurity e biologia. Pochi giorni dopo l'uscita ha dovuto sospendere l'accesso a entrambi per rispettare i controlli sull'export del governo americano, e lo ha ripristinato solo alcune settimane più tardi. Le due cose messe insieme dicono parecchio: capacità di questo livello nascono dentro laboratori privati, e quando lo Stato interviene lo fa dall'esterno e a cose fatte.

Probabilmente il potere non passerà semplicemente dagli Stati alle aziende: nascerà un intreccio tra governi e corporation. Restano però le domande su chi stabilirà i limiti, chi controllerà i controllori e chi potrà accedere ai sistemi più potenti.

Vista aerea al tramonto del data center di Google a Council Bluffs, in Iowa: un edificio rettangolare enorme circondato da campi, con le unità di raffreddamento allineate sul lato lungo.
Il data center di Google a Council Bluffs, in Iowa. Un edificio grande come un quartiere in mezzo ai campi, con le unità di raffreddamento allineate sul lato lungo: l'infrastruttura attraverso cui passano lavoro, comunicazione e decisioni non somiglia a un prodotto, somiglia a un territorio. Foto: Chad Davis, CC BY 2.0.

Energia: chi paga il conto

Uno dei capitoli che ho trovato più utili è quello sull'energia, un tema che di solito resta sullo sfondo. La corsa ai data center è reale, ma ho l'impressione che sia anche un modo per tenere acceso il motore dell'IA aggiungendo potenza bruta, invece di puntare su un uso più consapevole e ottimizzato.

Quello che mi colpisce di più è l'asimmetria. Energia e acqua le consuma il territorio che ospita gli impianti, mentre i benefici vanno a chi li usa dall'altra parte del mondo. E il lavoro che creano conta poco, perché sono strutture sempre più automatizzate. Il mega impianto che OpenAI vuole costruire in Sud America è emblematico: si va dove energia, spazio e regole sono convenienti, e le conseguenze le paga chi vive lì vicino.

Il nodo vero, però, è un altro: come umanità non abbiamo dato abbastanza peso alle alternative energetiche al petrolio. Dovrebbe essere la priorità, e faccio fatica a credere che impianti di queste dimensioni possano reggersi davvero su energia pulita con la tecnologia di oggi.

415 TWh20241,5% dell'elettricità mondiale945 TWh2030 (proiezione)circa 3%
Consumo elettrico globale dei data center. Nel 2030 equivale, da solo, a tutta l'elettricità consumata oggi dal Giappone. Fonte: IEA, Energy and AI.

L'IA come infrastruttura dell'infosfera

Le soluzioni proposte dal libro — regolamentazione, controllo democratico, trasparenza, nuovi diritti digitali, educazione critica, supervisione umana — mi sembrano ragionevoli e coerenti con i problemi sollevati. È anche il punto su cui, chiuso il libro, mi sono trovato a riflettere di più. Gianni spiega con chiarezza perché far rispettare le regole all'IA è difficile: gli audit si basano su documenti forniti dalle stesse aziende, le multe vengono assorbite come un costo, i regolatori dipendono dalle consulenze di chi dovrebbero controllare. La risposta — il "contratto algoritmico", con diritti che condivido come quello a una spiegazione comprensibile o a non essere discriminati da un sistema automatico — indica una direzione: controllo parlamentare, cooperazione tra democrazie, responsabilità delle piattaforme. Mi sarebbe piaciuto trovare qualche passo in più su chi dovrebbe far valere quei diritti, con quali poteri e con quali risorse. Ma forse è la domanda più difficile di tutte, e non è detto che spetti a un libro chiuderla.

Regolare quello che già esiste, però, per me non basta. Accanto ai modelli privati dovrebbero esistere progetti pubblici e open source, sviluppati o garantiti da istituzioni come l'Unione Europea. Il libro lo sfiora nell'ultimo capitolo, dove cita cooperative e progetti open source tra le esperienze di resistenza; io lo metterei al centro. L'IA sta diventando lo strumento attraverso cui accediamo alla conoscenza, alla formazione, al lavoro, alla sanità e ai servizi: se il suo accesso dipende solo dalle condizioni stabilite da poche aziende, esserne esclusi significherà essere esclusi da una parte crescente della società.

Dati, medicina e relazioni: conta ciò che riceviamo in cambio

Condivido la preoccupazione del libro per una sorveglianza sempre più estesa e predittiva, e nemmeno Gianni propone di abolirla: propone di democratizzarla, usare la predizione per prendersi cura invece che per controllare. Dove ci separiamo è su un diritto che lui, con Floridi, mette al centro: quello a restare in parte opachi, non interamente leggibili dai sistemi. Io a quell'opacità sarei disposto a rinunciare.

Darei tutti i miei dati sanitari se questo mi permettesse di vivere più a lungo e con una qualità della vita migliore. In quel caso esiste un riscontro concreto, personale e verificabile. La stessa disponibilità non vale quando i dati servono ad aumentare il controllo, manipolare il comportamento o vendere pubblicità senza restituirmi un vantaggio reale. Non conta quanti dati raccogliamo, ma chi li usa, per quale scopo e cosa riceve in cambio la persona che li fornisce.

So che è una posizione fragile, e il libro me lo fa notare: quel vantaggio quasi mai lo posso verificare davvero, e gli stessi dati che cedo per curarmi possono finire in un premio assicurativo più alto o in una selezione del personale. Per me vale a condizione che l'uso resti vincolato allo scopo, ed è esattamente il vincolo che oggi non esiste.

È lo stesso ragionamento che mi allontana da Gianni quando mette al centro ciò che perdiamo sostituendo parte delle relazioni umane con sistemi artificiali. Capisco la preoccupazione: un algoritmo non incontra davvero una persona e può ridurne la complessità a un insieme di dati. Ma una medicina capace di usare tutti i miei dati per prevenire malattie, personalizzare le cure e allungare la vita mi interessa più della conservazione della relazione tradizionale con il medico. Non penso che la relazione umana non abbia valore. Penso però che non debba essere conservata a ogni costo quando la tecnologia può produrre risultati molto migliori.

La scrittura: sono diventato pigro

L'altro punto di divergenza riguarda la scrittura. Il libro teme che delegare la formulazione a un modello significhi, almeno in parte, delegare il pensiero, e suggerisce di usare l'IA come secondo lettore e non come primo scrittore.

Comincio ammettendo che sui fatti Gianni ha ragione. Prima mi dovevo sforzare per scrivere; adesso scrivo di getto e l'IA mette ordine, corregge il tono, tiene lo stile che le chiedo. Sono diventato pigro. Lo stesso è successo con il codice: prima scrivevo tutto a mano e avevo un'agilità che oggi non ho più, adesso orchestro agenti e farei fatica a fare certe analisi approfondite come una volta.

Quello che non condivido è la conclusione. In entrambi i casi il mio lavoro si è spostato. Il tempo che guadagno scrivendo lo uso per altro; quello che guadagno programmando lo uso per portare avanti un progetto in più. È tempo che prima non avevo. La macchina e i mezzi pubblici ci hanno resi pigri nel camminare, ma ci hanno restituito possibilità che quando si andava a piedi erano impensabili.

So che il paragone non regge fino in fondo, ed è proprio qui che il libro è più forte: camminare è una capacità fisica, mentre per Gianni scrivere è il modo stesso in cui si pensa in maniera articolata. Se ha ragione, quello che perdo non è agilità ma profondità, e non è detto che me ne accorga. Non ho una risposta definitiva. Questa recensione è nata così, con idee mie e formulazione assistita, e per me la condizione minima è continuare a scegliere, correggere e prendermi la responsabilità di ciò che c'è scritto.

Quello che perdo non è agilità ma profondità, e non è detto che me ne accorga.

A chi lo consiglierei

All'ombra dell'algoritmo si legge facilmente e può essere utile a un pubblico molto ampio. Lo consiglierei sia a chi lavora nel campo dell'intelligenza artificiale, perché costringe ad alzare lo sguardo oltre prestazioni e applicazioni, sia a chi vuole iniziare a capirne le implicazioni sociali, politiche e personali.

Rimango in disaccordo con alcune delle sue conclusioni. Ma forse è anche questo uno dei meriti del libro: offre una cornice abbastanza chiara e ampia da permettere al lettore di capire non soltanto cosa pensa Gianni, ma anche dove si colloca lui rispetto alle trasformazioni in corso.

C'è una cosa che ho notato scrivendo questa recensione e che non so bene come conciliare: sostengo che l'obiettivo sia liberarci dal lavoro, e poi il tempo che l'IA mi libera lo riempio con un progetto in più. Forse è solo che il lavoro che scelgo mi piace. O forse è la prova di quanto sia difficile uscire da una vita organizzata intorno al lavoro, anche per chi la critica.

Se davvero vogliamo che la potenza del calcolo serva l'intelligenza del vivere, per me uno dei traguardi più importanti sarà proprio restituirci il tempo oggi occupato dalla necessità di lavorare. Non per diventare inattivi, ma per scegliere più liberamente a cosa dedicare la nostra vita.

In fondo, non è necessario essere specialisti per interessarsi all'algoritmo. Stiamo già tutti dentro l'algoritmo.

Fonti

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Le domande di fondo restano aperte. Le decisioni operative, invece, si possono prendere adesso.